Il generale mi venne incontro; gli domandai notizie della signorina Clelia. Era incomodata lievemente e s'era rimasta a casa.
Raimondo non comparve--quando l'ebbi aspettato tre ore inutilmente, mi allontanai.
Per otto giorni fu la stessa cosa. Sempre che mi recai nelle sale della contessa non vi vidi mai Raimondo--e il generale continuava a dirmi che la signorina Clelia era incomodata.
Io era stato più volte in casa del mio amico; ma Charruà m'avea sempre detto che non era in casa. Vi andai ancora una volta--la stessa risposta.
Raccomandai a Charruà dicesse al suo signore: Che l'amico avea bussato sette volte all'uscio dell'amico, e che l'uscio non s'era aperto.
Charruà accennò del capo; uscii con animo di non più ritornare.
Tre ore dopo Charruà veniva a me e recavami una lettera di Raimondo.
Ne ruppi il sigillo e la lessi con avidità. Quella lettera era così concepita:
"Tu hai ragione di lamentarti di me; tu hai ragione di dire ch'io sono un ingrato; ma benchè sappia d'essere colpevole molto, e d'aver tradito i doveri dell'amicizia, lascio sperare al mio cuore che la franchezza con cui mi faccio accusatore di me medesimo, renderà te giudice più benigno.
"Ti devo una confessione, una confessione che non farei a mia madre s'ella vivesse ancora, che il mio pensiero non vorrebbe fare alla mia anima, se per poco io potessi separarne le facoltà, e fare che il mio solo volere ripartisse a seconda dei suoi capricci la scienza.