"Clelia era madre.
Finchè ella lo aveva dubitato, era stata come in preda ad un vago turbamento, ad un timore nuovo, inesprimibile. L'importanza della cosa aveala atterrita, ma d'un terrore dolce che aveva della sorpresa e nulla del dolore. Essere madre, portare nel seno un'altra vita, vivere di quella; era troppo grande voluttà, era una prova suprema, una risponsabilità senza limiti, tutto un avvenire in sue mani. Quell'anima ingenua e dolce ne era rimasta stordita, aveva misurato le sue forze e si era creduta debole ed aveva pianto per paura. Ma non appena ebbe la certezza del suo stato, succedette a quella titubanza una allegria matta, un soave raccoglimento alla pace e ad un tempo il più grande abbandono alla gioia. La sua anima era nei suoi occhi, e i suoi occhi s'erano come velati; quando li sollevava per guardarmi era un raggio di sole che veniva a battermi sul viso. Si attaccava al mio braccio con una compiacenza infantile, e voleva che io la conducessi così per le camere.
Si abbandonava talvolta ad una gioia pazza, e si diceva lieta d'essere madre.
--Mi pare di appartenerti di più, mi pare che nulla più possa separarci, mi diceva in quei momenti con abbandono.
M'avvidi che l'amore materno si faceva strada a stento attraverso l'amore di sposo, e che io era tuttavia solo a regnare nel suo cuore.
Una volta mi si fece innanzi impensierita e mi disse seriamente:
--Guardami bene.
--Ti vedo, le risposi sorridendo.
--Non è vero che sono piccina?
--Non mi pare.