Eugenio aveva una vita avventurosa a narrarci.

Nato di famiglia ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano tratto in rovina; però egli aveva abbandonato il collegio con animo di dedicarsi alla pittura per la quale aveva sentito fin dall'infanzia una potente attrazione. Gli rimanevano cento franchi, non un soldo di meno. Non era troppo, per intraprendere il gigantesco disegno che gli era balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il disegno. Vi andò. Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne allievo dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe artista.

Questo racconto s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò sorridendo. Io ne ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di mente.

Nei primi mesi che si trovava a Roma fu aperto il concorso per gli allievi di disegno di una classe superiore a quella in cui si trovava Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di concorrere; si propose e fu accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe portato innanzi una classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un prossimo comune.

Il concorso versava sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso agli allievi un mese di tempo per compiere il lavoro. Eugenio si accinse con ardore, il suo lavoro avanzava ogni giorno, egli si compiaceva già dell'opera sua, si sentiva fremere nella mano una matita d'artista, e lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero in febbre; il suo disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli scoprì d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova carta. Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano quindici giorni che egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto gli falliva; egli disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a termine nel breve tempo che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo avesse potuto, non avrebbe ritrovato in tutta la sua guardaroba di che provvedere quella lira che gli mancava. Non conosceva nessuno, tranne che un artista scultore; ma lo scalpello dell'uno non portava certamente invidia alla matita dell'altro: erano due povere creature entrambi; quale più non era facile determinare.

Trascorse il primo giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva passato in rassegna tutte le cose riducibili ad una lira. Una lira! era un poema, e tuttavia Nababbo e Creso ne avevano avuto assai più; e se n'erano vissuti senza comprenderne l'importanza; e certamente nessuno mai poteva vantarsi d'averne analizzato così a fondo le virtù. Pure non una di queste monete così famigliari oramai all'intelletto di Eugenio era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a confortare colla riconoscenza la paziente meditazione del povero artista.

Alla notte ebbe la febbre, la febbre terribile che assale una volta sola nella vita dei disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre dell'avvenire che accelera il corso del sangue impoverito dagli stenti, quando recisi i fili inargentati delle illusioni si volge la prima volta l'occhio all'intorno e si scorge la terribile solitudine che accompagna i passi della miseria.

Eugenio ebbe paura del suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta la notte pensò al suo passato, alle cure affettuose che avevano rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla nonna incurvata, alla madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò quelle colpe ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle sale arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento inezie che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza.

Ma le grandi idee sono figlie della miseria, e non a torto fu detto che le lezioni del cencio e della fame siano le più eloquenti e le più feconde.

In quella notte Eugenio ebbe una idea....