E non fu appena sorto il mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di pane che era avanzato dal suo pranzo ed uscì all'aria aperta, coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso il suo partito, ma che prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole riconfortarsi e quasi ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far quest'uffizio.
A capo d'un'ora passata a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un convento, affrettando il passo quando era lontano dalla soglia, e rallentandolo mano mano che vi si accostava, prese una risoluzione suprema ed entrò.
Non era stato da gran tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si trovava certamente in buona armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un confessionale, vi si inginocchiò, ed attese. Non andò molto che un frate lo vide, e venne a sedersi nel confessionale. Eugenio si sentiva battere il cuore; ma non vi badò gran fatto, e sbirciò sott'occbi il reverendo come cercando di leggergli sul volto il proprio destino. Il volto di quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora pensò che egli era li per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo prevenne, gli domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò qualche cosa che rassomigliava ad un sì.
Allora incominciò il martirio; il frate volle sapere da quanto tempo il suo penitente si fosse accostato al sacramento, e il penitente non sapeva troppo bene se fosse da quattro o da cinque anni. Lo disse--e il frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare le pene dell'inferno; e il tapino a pentirsi--e poi una sfuriata d'interrogazioni e un rispondere affannoso di sì e di no--poi il frate volle recitasse il confiteor, e il penitente, a cui era passato di mente insieme al latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le parole sacre--e il frate a scandalizzarsi da capo.
In fine dopo un'ora di tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo un'altra mezz'ora aveva mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo appreso i casi del suo penitente, e premendogli di salvare la sua anima, lo assolvette con una mano, e gli diede coll'altra la lira sospirata.
Eugenio che finalmente respirava, ricevette con compunzione le due benedizioni, storpiò un'altra volta il confiteor, e se ne uscì col suo tesoro nel pugno, più ricco di Creso e di Nababbo.
Egli ci raccontò quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di cuore; anche ora pensandoci io ne sorrido.
Aggiunse poi che rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato il disegno pel concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per giungere a quel giorno egli aveva vissuto alcune settimane nella miseria; aveva sofferto il freddo, la fame; aveva lottato con una malattia di petto cagionatagli dal lavoro frenetico, e la scarsità di cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto agli estremi.
A questo racconto straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa bizzarra noncuranza, ma che involontariamente aveva strappato dal suo petto un singulto e fatto brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli accostai più da presso, e come a pagarlo di ciò che aveva sofferto, serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò un istante dentro di sè, poi nascondendo il capo fra le mani scoppiò in singhiozzi.
Eugenio rialzò il capo, guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la mano sugli occhi a detergervi le lagrime, e arrossì in volto come se vergognasse della sua debolezza.