—No, dice Donato con un accento di fierezza che mette l'altro di buon umore.

—Quand'è così ricapitoliamo: seicento lire per l'obbigazione, trecentocinquanta che le do in contanti, fanno mille lire tonde tonde che ella mi pagherà fra un anno cogli interessi commerciali.

Non per nulla Donato studia la matematica; facendo mentalmente il suo conto, egli trova che un po' di Cherubino Dolci ce l'ha anche il signor Asdrubale; ma nella gioia di vedersi liberato dai fastidii per un pezzo, nell'ebbrezza di sentirsi padrone ancora d'una sommetta, si dimentica volentieri di tutta la sua scienza numerica e ripete che va benissimo, che va benissimo, che va benissimo, e per poco non si stringe al petto quel caro, quel simpatico, quell'adorabile signor Asdrubale.

VII.

Non vorrei dare una cattiva notizia al lettore, ma è provato che egli ed io, e gli amici suoi ed i miei, abbiamo tutti un demonio alle calcagna. Donato, nostro amico comune, ora appunto è alle prese col suo, che è un demonietto sopraffino.

Poc'anzi costui gli ha detto: «Ora che tu hai trecentocinquanta lire in tasca, non andrai già al caffè ed al Circolo per far pompa innanzi agli amici d'una suprema indifferenza ai colpi della sorte, non ti darai il gusto di fumar loro sulla faccia un grosso avana, come nelle grandi occasioni, non ti uscirà di bocca, insieme coi nugoli di fumo, questa grossa spampanata che hai la meccanica, le costruzioni ed il resto in quel paese, no, Donato mio, tu non lo farai.»

Se avesse detto «tu lo farai,» Donato forse si sarebbe impuntato a non farlo; invece lo fa, e venuta la sera, col cuore leggiero, col cervello a spasso e con un sigaro d'avana in bocca, egli trotta allegramente al Circolo,—e il suo demonio dietro.

Atti di meraviglia, oh! ed ah! che gli si avventano da ogni parte, sorrisi, strette di mani robuste, interrogazioni parlate e mute—un trionfo.

Donato fa il suo ingresso con modesta dignità, compone il volto ad un'allegria che gli dà un sopravvento irresistibile sui colleghi, snoda la lingua a mille ciancie, dice un mondo di corbellerie che non pensa, è d'una fatuità sublime.

«Sai, dice Cosimo, il piccolo Bonaventura ha rubato l'innamorata a
Faustino.