Ride e trema insieme, e si sente come oppresso dalla vergogna e dal rimorso, e ricerca di soppiatto un'accusa sul volto del signor Asdrubale, il quale ora è entrato nel guscio del giocatore vero e mesce le carte con sicurezza e depone il mazzo sul tavolino.

«Che gioco preferisce il signor Donato?

Il signor Donato non sa nemmanco lui, ha appena la forza di fare un gesto coll'animo di dichiarare che si rimette all'avversario, e intanto sbadatamente taglia il mazzo.

«Sta bene; risponde il signor Asdrubale errando sul significato di quel gesto; un gioco semplice, il gioco delle ultime ore, quando non si ha più tempo da perdere e si vuol tentare la sorte con colpi replicati e frettolosi, il solo gioco a due che non sia nè lungo, nè difficile; bravissimo, vedo in lei la stoffa del giocatore; la carta più alta vince…. benissimo; avrei però preferito qualche cosa di meno spiccio e di più interessante; questo suo gioco eroico non dà tempo alla commozione.

A Donato riesce finalmente di far capire con un mugolio che egli è indifferente a qualsiasi maniera di gioco; aggiungerò per debito di giustizia che in così dire egli si guarda intorno e che, se avesse in faccia l'uscio, forse pianterebbe in asso il signor Asdrubale. Intanto due o tre curiosi gli si sono stretti intorno per assistere alla partita.

—A meraviglia, prosegue a dire l'ometto abbottonando l'ultimo bottone della giubba fin sotto al mento; quand'è così le propongo un gioco pieno d'interesse e di commozioni, che permette di tirar l'orecchio alla carta, come si dice; ecco; spartiamo il mazzo per metà, stabiliamo prima una carta, e chi si trova d'averla vince. Le garba?

—Mi garba.

—La posta?

Donato fa un gran sforzo per non balbettare e balbetta:

«Cinquanta lire.»