Qui i tre curiosi, non vedendo denaro sul tavoliere e delusi nell'aspettazione d'un giuoco più forte, se ne vanno ad assistere alla fortuna di Valente.

Il signor Asdrubale non dice più parola, piglia il mazzo, lo mesce ancora e sembra concentrarsi tutto in quest'operazione; quando ha finito presenta le carte all'avversario perchè tagli, poi ne estrae una che deve decidere del gioco:

«Fante di picche!

VIII.

Incoraggiato da un cenno gentile e da un sorriso amoroso, Donato addenta il sigaro d'avana, raccoglie il fante di picche, lo caccia nel mazzo, e mescola copiando assai male la disinvoltura che gli è tanto piaciuta nell'avversario. Ed è squisita misericordia del cielo se il signor Asdrubale, tutto intento a tirare di qua e di là il farsettone abbottonato perchè non faccia grinze sul petto, taglia senza levar gli occhi; altrimenti si accorgerebbe che allo studente di matematica tremano le mani e si contraggono le labbra e si scolorisce il volto,

Il giovane rovescia le sue carte, le squaderna, fruga e rifruga, poi guarda titubante l'avversario, il quale, coi gomiti appuntati al tavolino e col mazzo sollevato all'altezza del naso, tira l'orecchio ad una carta ribelle.

A Donato non par vero di aver perduto, scompagina un'altra volta le carte che gli stanno dinanzi… poi risolleva il capo, impaziente della rivincita; il signor Asdrubale non gli bada, ha visto finalmente l'estremità d'una figura nera, ed affatica a farla uscire dal mazzo…

«Ho perduto, dice Donato.

L'altro gli fa cenno di aspettare, poi con uno sforzo scopre tutta intera la carta.

«Sissignore, ha perduto,» dice mostrando il fante di picche; e soggiunge modulando la voce con dolcezza melanconica: «mi lasci dire che se lo merita; non è così che si gioca; per vincere la sorte bisogna prima vincere la propria impazienza; scompaginare le carte, come ha fatto lei, è una profanazione.»