A Donato riesce di ridere, e l'altro «non rida, è un canone dell'arte.»

Intanto il signor Asdrubale ha sbottonato il farsettone, ha cavato di tasca il taccuino, e si è riabbottonato da cima a fondo. Il giovane leva anch'esso il taccuino ed estrae un biglietto di cinquanta lire che porge all'avversario.

Ricomincia la partita. Questa volta è il signor Asdrubale che mesce, ma è ancora Donato che perde.

Fa caldo—Donato suda; l'altro, impassibile, offre la rivincita… guadagna ancora. Fa un caldo orribile.

Non rimangono più che centoquarantanove lire nel taccuino dello studente, il resto si è sprofondato nella voragine di pelle di bulgaro del signor Asdrubale. Poco stante la voragine si apre un'ultima volta e le centoquarantanove vanno a raggiungere le compagne.

A Donato casca di bocca il mozzicone d'avana che gli è costato trecentocinquanta lire; le forze lo abbandonano, goccioloni di sudore gl'imperlano la fronte e gli rigano le guancie. La sciagura dovrebbe venir raffigurata in quell'atto.

Che fare ora, poichè non gli rimane nemmeno il tanto da ritentare la sorte?

Il signor Asdrubale finisce appunto di raccogliere il suo denaro, leva la faccia sorridente e porge le carte al giovine, dicendogli con una monotonia d'accento che parrebbe feroce: «La rivincita?»

Quale fortuna! Quell'ottimo signore si fida; è disposto a giocare a credito, si adatta a riperdere il denaro vinto ed a lasciarsene guadagnare dell'altro!…

Donato non ha forza di rispondere, ma l'avversario ne indovina gli scrupoli e lo previene: