«Due chicchere di latte caldo, ben caldo… Veda, caro signor Donato, come le dicevo, io non ho premura; fra un'ora albeggia, e se ha tanta fretta faremo subito l'atto; intanto eccole qui trecentocinquanta lire… le bastano?… non faccio che pigliarne nota e sono sue…

Tanta sicurezza dà l'ultimo crollo al giovine studente, il quale per la prima volta fissa gli occhi in faccia del compagno importuno; ma costui non batte palpebra, sorride bonariamente ed insiste per fargli accettare il denaro.

Sotto quelle sembianze di cortesia e di buona fede è un'ansia paurosa che non inganna nemmeno Donato.

«Ha paura che gli scappi!» pensa il giovane, «diffida di me.»

E ne ha ragione, figliuol mio; e che farnetica la tua mente scombuiata se non il modo di fuggirgli di mano? Non sai perchè, non immagini che farai, non vedi nulla oltre il bisogno del momento, perchè le tenebre ti si stringono intorno al cervello; ma questo tuo bisogno prepotente, l'hai pur detto, è sempre lo stesso—rimaner solo. E che farai quando sarai solo?

Così sembrano parlargli il sorriso bonario e la dolce insistenza del signor Asdrubale per fargli accettare il denaro.

E Donato accetta, beve il latte caldo, risponde a monosillabi alle chiacchiere del compagno, spinge l'occhio nel buio della sua mente quanto più gli riesce, cerca un'idea. Non trova; in quella ridda di fantasie strambe—carte, tavolieri, debiti, sorrisi di Costanza, lagrime del vecchio padre, carezze melanconiche di Mariuccia e quesiti di meccanica applicata—non vi è nulla che abbia l'aria d'un pensiero proprio.

Pure il bisogno di togliersi la seccatura del suo compagno ha preso a poco a poco il carattere di mania; cominciano a venirgli alcune idee di evasioni impossibili; pensa al conte di Montecristo, una delle poche reminiscenze romantiche della sua vita numerica; si guarda intorno cercando uno scampo; fa disegni insensati; fugge in cento mila modi, e invano, chè il signor Asdrubale gli è sempre alle calcagna come un'ombra.

E il tempo passa.

«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Camerlata?» grida all'improvviso una voce stentorea nella sala.