È solo. Può ora sprofondare l'occhio nell'abisso in cui è caduto, misurare l'immensità della sua sciagura. Ma che vale? Tutto quanto può dire il pentimento egli l'ha inteso altra volta—e nulla valse. Allora come oggi si trovava solo, faccia a faccia con un pauroso fantasma; allora come oggi lamentava nella sua colpa non la rovina propria, ma il dolore affannoso del vecchio padre—e nulla valse.

Or si aggiunge allo stesso strazio la morte della sua più cara speranza, un amore non pur confessato e già gigante, e già perduto per sempre; e su quel cumulo di sciagure—sciagura maggiore di ogni altra, perchè gli toglie anco il conforto delle lagrime—una sfiducia profonda di sè medesimo.

Ricercherà egli nelle voci della natura, nelle immagini de' suoi cari, nei mille vaneggiamenti febbrili, un alimento al rimorso, se già ebbe tutto questo e invano? Si farà zimbello di un giuoco bambinesco, e pur d'incrudelire contro sè medesimo, ripeterà ancora una volta il vacuo frasario della coscienza di che ha fatto inutile esperimento?

No, anche la coscienza tace; uno squallido silenzio è intorno all'anima sua; quel raggio di sole che percuote la pianura, illumina la morta calma d'un cuore che si disprezza.

La sua condizione è palese; ha giocato, ha perduto; ha perduto Costanza, la stima d'altrui e di sè stesso, il diritto di lasciarsi amare dal vecchio babbo e dalla sorellina, la fede nell'avvenire; era questa la posta, egli lo sapeva ed ha giocato—ed ha perduto. Non gli rimane nemmeno più il diritto di morire; uccidersi ora sarebbe «un troppo facile modo di pagare i proprii debiti»—il signor Asdrubale lo ha detto.

La mattina è splendida di luce, puro il cielo, l'aria fresca e carezzevole. La morta calma del cuore di Donato gli si riflette nell'occhio intorpidito che si arresta in una inconsapevole contemplazione. I pali del telegrafo gli passano dinanzi vertiginosamente in prima linea, le acacie delle siepi procedono più lente, e i gelsi più lenti; tutta la pianura scintillante se ne va; solo gli orizzonti rimangono immobili, anzi le vette delle montagne, con movimento opposto, par che lo seguano nel viaggio.

Così fugge il presente, così non possiamo staccarci dal nostro tempo lontano—dal passato che ci accompagna, dall'avvenire che ci aspetta.

Una volta, due, tre il convoglio si è arrestato; finalmente al noto fischio succede una monotona voce: «Seregno!»

Donato si scuote, balza fuori dal carrozzone, e si arrende all'invito del primo monello che, schioccando la frusta, offre un calessino sconquassato. La rozza, educata alla identica scuola del Morello famoso, attraversa come un fulmine o poco meno le vie di Seregno, poi strascica gli zoccoli nella polvere della via maestra.

Che fa lo sciagurato? Che propone?