L'ex-baritono nel dire queste parole ingrossava la voce, volendo, per una vecchia vanità d'artista, sfoggiarne il volume. E proseguiva:

«Un giorno mi avvidi che mi avanzavano solo poche migliaia di lire, pensai che era tempo di voltare per sempre le spalle al palcoscenico, uscii dal teatro e presi la via dei monti. Avevo il cuore leggiero quando giunsi a Lecco; seppi che sul Barro ci era questa casicciola da vendere e la comperai. E ci venni, e qui finirò i miei giorni…

Queste ultime parole tragiche furono dette a boccia piena, il che ne temperava singolarmente il sinistro significato e dava alla felicità dell'ex-baritono un carattere durevole.

«Beato te! disse Antonio sospirando.

Non vidi mai faccia più solenne di quella del nostro ospite, a quel sospiro; egli si arrestò perfino dal mangiare per chiedere con aria di superba commiserazione:

«Non mi hai detto nulla di te… come vivi tu?

—Male… male; per una inveterata abitudine tengo a vivere più che posso e meglio che posso, ma non mi riesce di essere contento. Passo l'estate a Lecco, amo anch'io la campagna, ricevo molte visite…

—Ricevi molte visite?…

—Molte… sono seccato a tutte le ore; bisogna chiacchierar sempre, parlar di cento sciocchezze, tagliar i panni al prossimo… e leggere nei giornali altre chiacchiere, altre sciocchezze, altra maldicenza! Sempre chiacchiere, sciocchezze e maldicenza, con questo solo divario che nelle parole si trova qualche volta un po' di spirito e nelle scritture si trova qualche volta un po' di grammatica… All'inverno vado a Milano, perchè a Lecco non si spazza bene la neve… passo il tempo al teatro o al caffè Martini, o in galleria…

—Ah! tu all'inverno vai a Milano?