— Babbo Brighi, se non sono il più asino dei dottori, la cosa si avvia bene.

— Cioè?... chiese, piantandosi sulla strada come un monumento e dando una manata al cappello per mettere allo scoperto l’ampia fronte, contornata da due ciocche ancora nere.

Gli manifestai la mia speranza che Orazio non tarderebbe ad innamorarsi di Concettina: egli mi ascoltò incredulo e mi chiese, mordendo l’estremità del suo bastone, da quali indizii lo argomentassi. Erano indizii che non reggevano ad una critica attenta, indizii tenui, che non avrebbero convinto neppure me se non gli avessi avvalorati col desiderio. Babbo Brighi, il quale di certe sfumature del sentimento non capiva gran che, crollò il capo e ai tirò un’altra volta il cappellaccio sugli occhi.

— Non posso dire nè si nè no, perchè non me n’intendo: quello che posso dire è che conosco mio figlio, e che non lo credo capace di fare nulla di buono ancora per un pezzo. È come se lo vedessi; appena guarito gratterà il suo strumento indemoniato peggio di prima, se n’andrà di monte in monte col naso in aria, e si slogherà qualche altra cosa. È tutto mio nonno, buon’anima.

Pareva afflitto, dicendo questo, ed io, per consolarlo, provai a dirgli che il tempo...

— Le ragazze da marito, mi disse, sono come gli stracchini: non bisogna che maturino troppo! E poi, Concettina è un uccelletto di passaggio; alla prima rinfrescata se ne va, e buona notte. Se non ci riesce di metterla in gabbia prima di settembre, possiamo forbirci la bocca. Crede lei, dottore, che prima di settembre quei due si possano innamorare?

— Quanto a Concettina — risposi — ne sono sicuro.

— Non dica questo: mi fa male sentirlo parlare così! Vuole che quella ragazza faccia la corte a mio figlio?

— Io non voglio nulla, babbo Brighi, ma il destino può volere quello che non vogliamo noi.

Egli stette un poco a pensare, poi mi disse con vigoria: