— Peggio per lui! Concettina ha portato un po’ di luce nella mia vedovanza, non potrei più vivere senza di lei. Una donnina giovine e bella in casa mia è necessaria; non ne ho mai sentito tanto il bisogno come ora che ho rifatto l’esperimento — per l’invernata poi, sarà una benedizione. Mio figlio ci pensi ed abbia giudizio, se no ne avrà suo padre. È il mio dovere d’averne per tutti; dico bene?
Aggiunse a queste parole una risatina che non mi parve innocente.
— Che significa? — dissi.
— Significa che se non la sposa lui, la sposo io.
Era preparato a vedermi ridere molto, ma io sorrisi appena, e in un certo modo scettico che non gli piacque, domandando:
— Non ha mai detto nulla ad Orazio?
— Sì — mi rispose gravemente, dopo aver tossito due volte per ricomporsi — una volta ho provato a condurlo sul discorso del matrimonio in genere; mi ha risposto che prima deve pensare all’arte, che l’arte è gelosa e non ammette rivali, che chi non si fa un nome prima di prender moglie, non se lo fa più. Un nome, capisce, dottore? Egli vuol farsi un nome, come se non ne avesse tre che empiono la bocca: Orazio, Stanislao, Giovanni! E che cosa ne vuol fare d’un nome? Vede bene che c’è poco da sperare.
Vedendo che io non ero pronto a rispondere, babbo Brighi mi presentò la mano aperta, una vera mostra da guantaio.
Mentre arrischiavo in quella morsa una delle mie estremità, piegandola in modo che potesse avere maggiore resistenza, pensai alla bizzarra minaccia del colosso e alla povera Concettina.
Ah! povera Concettina, piccina, piccina!