III.
Spieghi chi può il mio istinto; io mi accontento di confessarlo, soggiungendo che l’ho ritrovato in molti padri di famiglia di mia conoscenza. Il mio istinto — istinto di quasi tutta la gente ammogliata — è di aiutare le belle ragazze a pigliarsi un bel marito.
Essendomi entrata in capo l’idea di collaborare al matrimonio di Concettina, e vedendo che Orazio tardava a dichiararsi, io era propriamente in angustie ogni volta che andavo in casa Brighi.
Oramai Orazio stava benone, e suo padre non si era ingannato quando prevedeva che il primo uso che egli avrebbe fatto della salute, sarebbe stato di grattare il contrabasso e d’andarsene a girellare pei monti. Concettina, peggiorando sempre, lo accompagnava cogli occhi dopo il mezzodì, e stava lungamente sul ballatoio della casa a fissare il castagneto che le rapiva l’innamorato. Mettendomi alla finestra di casa mia o attraversando la campagna per portare una medicina in qualche casolare, io vedeva la povera ragazza apparire ogni tanto sul ballatoio e rientrare nel fondo buio della stanza, quando Toniotto le si metteva al fianco.
Poco prima che Orazio ritornasse a casa, cioè verso l’ora del desinare, Concettina scendeva con un libro in mano in giardino, si cacciava sotto un pergolato, e andava su e giù; ma è certo che essa leggeva più nell’anima propria che nel libro, il quale era d’un autore contemporaneo a cui non voglio far dispiacere.
Orazio, nell’arrivare a casa, portava sempre una specie di entusiasmo ingenuo, e mandava in estasi la cuginetta dicendole delle mille voci con cui la natura parla a chi la sa ascoltare. Poi confessava di avere un appetito, un appetito!... E Concettina rideva, come se quel suo cugino portentoso avesse detto un’arguzia saporita. Egli si avviava, ed essa gli veniva dietro, dimenticando perfino il libro aperto sopra un sedile di legno. Per lo più, a questo punto, si affacciava attraverso i pampini la testa scarmigliata d’un giovane, no, d’un uomo, il quale pigliava il libro in mano, vi buttava un’occhiata da Amleto, e raggiungeva Concettina con passo misurato, come comportava la severità del proprio destino, per dirle... Per dirle che era una donna ingrata, una donna cieca e crudele, ma la più adorata delle donne. La tentazione era questa; se non che, giunto alla presenza della cugina e del fratello, di quel grullo di suo fratello, che, occupato del proprio appetito, visitava i fornelli, senza badare a Concettina, il povero Toniotto mormorava:
— Prendi, anche oggi hai dimenticato il tuo libro nel pergolato.
Null’altro.
Concettina si faceva rossa dicendo grazie, ed era ancora più bella, e Toniotto si sentiva venire una gran voglia di baciarla e di morderla, mentre Orazio scoperchiava ad una ad una le casseruole e le tegghie, spandendo per la cucina il profumo dello stufato e del soffritto. Poco dopo, arrivava babbo Brighi, il quale, forte dei suoi diritti di zio, si pigliava la nipotina per le due mani, se la tirava dinanzi, la guardava ben bene in faccia minacciandole qualche cosa di molto misterioso fino a farla ridere, poi allungava la grossa mano e le nascondeva tutta la faccia con una carezza; in ultimo sbuffava come un mantice, dandosi ad intendere di sospirare.
Tutto ciò seguiva regolarmente da due settimane, dopo la guarigione d’Orazio, per quanto mi fu dato sapere, e un giorno che babbo Brighi mi aveva invitato a desinare, seguì anche alla mia presenza.