Concettina però dava ragione ad Orazio collo sguardo e col sorriso. Io, lasciando stare la musica e la letteratura, pensavo, ed avrei pagato qualche cosa per poterlo dire allora, che il caso aveva riunito in una sola famiglia e messe lì dinanzi a me, le tre forme dell’umana miseria al cospetto dell’amore. Dicevo: «ci è una gran cosa a fare intorno ai venticinque anni, ed è innamorarsi d’una bella ragazza sui diciotto e sposarsela. Che fa Orazio? Se ne va sulla montagna a contare i rumori delle acque e delle fronde, si sloga i polsi, si ammacca le costole e gli stinchi per arrivare non sa nemmeno lui dove. Non si accorge che la meta occulta d’ogni suo viaggio è il cuore della cuginetta, non sa che la manìa musicale da cui è posseduto ha un altro nome, e così rischia di perdere, prima l’innamorata, e poi la gioventù. E perchè? Unicamente perchè ha la gioventù addosso e l’innamorata al fianco.»

«Vedi ora babbo Brighi. Da vent’anni almeno si è dimenticato dell’amore per occuparsi solo degli stracchini: oggi, allacciandosi alla vita passata, vede che ci è dell’altro e di meglio, vede la gioventù, la bellezza, la grazia e l’amore in lontananza; se qualcuno non lo tiene, egli si butta nelle braccia della prima fanciulla che passa e me l’accoppa. Povera Concettina, piccina, piccina!»

«Vedi ora quell’altro; è quasi impubere, la natura gli ha svelato stamattina il gran segreto, perchè si prepari; perchè si faccia forte e coraggioso, gli ha lasciato indovinare che accanto all’amore vi è il dolore... E che fa egli? A mezzodì è innamorato, all’ora del desinare è infelice.»

Ma in quel punto fu portato in tavola il tacchino, e bisognò fargli l’anatomia, per contentare babbo Brighi.

— Attenti — annunziai brandendo il trinciante e il forchettone — con un taglio netto sopra lo sterno, io metto allo scoperto le attaccature delle ali.

Subito si incominciò a ridere, e si rise molto, finchè durò l’operazione. Toniotto approfittò del primo momento di requie per rammentarci che egli non aveva appetito.

IV.

Una mattina babbo Brighi mi mandò a chiamare in fretta, pregandomi di andare alla cascina; si era messo a una finestra per vedermi arrivare, e appena mi vide, mi salutò colla mano, poi scese e mi venne incontro. Non ci era nessuno ammalato, ed egli, per farsi perdonare di avermi disturbato, mi disse:

— Mi tocchi il polso, è come se avessi la febbre, ma non ho nulla, e in casa stanno bene tutti; mi scusi, dottore, ho tante faccende, non ho potuto venire io da lei, e non vi era tempo da perdere.

— Che cosa è stato?