— Ecco qua — esclamò a un tratto allegramente — ecco che cosa vuol dire aver otto anni di più o di meno! perchè lei deve sapere, dottore, che io non ho che otto anni di più di Stanislao, mio fratello; sicuro, egli ne ha quaranta, è dell’anno.... aspetti... non importa, dicevo... che cosa dicevo? Ah! che Stanislao mi considera come suo padre, ed io quasi, quasi...
Rise forte.
— Quasi quasi, mi sposavo la sua ragazza...
Rise ancora più forte, poi gli scappò detto senza pensarci: «Povera Concettina!» al che io feci eco ingenuamente: Povera Concettina!
— Siamo pure i gran minchioni, noi altri uomini — proseguì infervorandosi — e si parla e si scrive del senno dell’età matura! una ragazza di sedici anni, quando vuole, ci fa commettere più di sedici corbellerie...
Continuò così un pezzo a calpestare il suo balocco infranto, poi si rifece serio per dirmi che egli aveva voluto celiare, che, come io sapeva benissimo, ad una certa età certe corbellerie si dicono e non si fanno; ma ogni tanto, venendogli fra i piedi un frammento del suo trastullo, gli avventava un calcio per levarselo dagli occhi, e rideva.
— Ha inteso? — mi domandò alla fine, ridiventando per davvero il re degli stracchini di Valsassina.
Avevo inteso benissimo: Ambrogio Nespoli poteva venire da un momento all’altro e pigliarsi Concettina. E che cosa diverrebbe la casa di babbo Brighi senza il suo raggio di sole? Bisognava far la guerra a quel mediatore, mandargli a male il negozio, impedirgli di giungere fino a Concettina.
Quest’ultima era un’idea di babbo Brighi.
— Quando il signor Nespoli viene — diceva lui — me ne impadronisco, e non lo lascio più: gli faccio visitare la cascina, i prati, i pascoli, le vacche; lo affido a mio figlio, perchè lo trascini sulla Grigna....