Feci la strada dalla cascina all’abitazione in dodici minuti, ma giunsi troppo tardi. Orazio da un quarto d’ora se n’era andato col suo bastone e col suo rotolo di carta sulla montagna; non rimanevano in casa che Concettina e l’ombra sua, Toniotto.

Saputo che Orazio aveva preso un sentiero, il quale menava dritto alla prima baita della Grigna, stetti un po’ perplesso, poi guardai Concettina, che mi leggeva in viso qualche cosa di straordinario: vidi uscire dal fondo minaccioso il signor Ambrogio Nespoli, e presi una deliberazione eroica, di cui mi sarà tenuto conto in una vita migliore.

— Signorina, dissi, mi vuol fare il piacere di mandare qualcuno a casa mia per avvertire Mariuccia e le bimbe che non mi aspettino a colazione, ma che sarò di ritorno a pranzo?

— Dove va? mi chiese.

— Mi proverò a raggiungere Orazio, ho bisogno di parlargli.

Dissi queste parole innocenti senza ombra di malizia, eppure Concettina si fece rossa. Toniotto, per punirla, dichiarò che aveva voglia di venire anche lui con me.

— Una passeggiata mi farà bene — asserì con sussiego — ma Concettina lo incoraggiò ad andare, ed egli rimase.

Mi avviai dunque solo, facendo i passi lunghi e cadenzati dei montanari, e accompagnandomi con una fanfara mentale per ingannare la fatica; dopo un quarto d’ora mi toccò arrestarmi perchè ansimavo come un mantice.

— Mi farà bene — pensavo per incoraggiarmi — da molto tempio nessuno si è ammalato alle baite, ed io impigrisco, e i miei polmoni si atrofizzano; a tavola farò stupire la mia Mariuccia coll’appetito che porterò dalla montagna.

Dicevo tanto per dire, ma se non fosse stata la speranza di vedere Orazio ad ogni svolta del sentiero, credo che non avrei fatto molto cammino. Più volte mi proposi di arrestarmi dopo dieci minuti, dopo un quarto d’ora, dopo mezz’ora, se Orazio non si vedeva, e di tornarmene poi tranquillamente a casa; ma i dieci minuti, il quarto d’ora, la mezz’ora passavano, ed io non sapeva rinunziare all’impresa.