Egli era là, cento passi più su, ritto e superbo, (così mi pareva), in cima ad un macigno, ed io sentii subito tutta l’umiliazione di trovarmi più basso.

— Vengo! — gli annunziai, e mi diedi a correre come uno scolaro, per arrivare più presto.

— Come mai? — mi domandò appena gli fui al fianco.

L’ansia, mozzandomi il fiato, mi diede tempo a riflettere; non gli svelai subito la causa che mi aveva spinto sulla montagna; preferii circondarmi d’una specie di mistero che egli non fu punto avido di penetrare. Aveva altre cose per il capo: la sua musica, la sua natura armonica, il che so io; e me ne fece la minaccia subito: «Sentirà» mi disse; nient’altro, ma bastava e ce n’era d’avanzo.

— Aspetti — ribattei fiaccamente — mi lasci almeno respirare, mi lasci cercare una cosa...

— Che cosa?

— Laggiù... in Pasturo; non so trovare la mia casetta, vorrei vederla...

— Bisogna salire ancora — mi disse — si è nascosta dietro quel gruppo d’alberi; per farla venir fuori, bisogna salire... venga dottore, venga a sentire!

Egli andò innanzi colla testa alta, senza guardarsi mai intorno; ogni tanto si arrestava per tendere l’orecchio, poi tirava diritto, accennandomi colla mano di seguirlo sempre. Io, non gli badando, mi fermavo ad esaminare un curioso esemplare della flora alpina, o la bella macchietta d’una giovenca bianca che stava immobile a guardarci, e faceva suonare la campanella quando eravamo passati; davo anche qualche occhiata fuggitiva alle mie spalle e sotto di me, fino a Pasturo; e una volta mi arrestai risolutamente perchè avevo visto quello che cercavo.

— Si vede! gridai, e Orazio fu costretto a fermarsi. Egli sperava che mi bastasse di guardare la mia casetta cogli occhi; ma da lontano le cose che ci sono care, si guardano meglio col cuore, e Orazio comprese che se non si mostrava arrendevole un paio di minuti, non avrebbe poi il diritto di seccarmi colla sua musica, e mi venne al fianco.