— Ecco là — disse facendomi il cicerone — ecco là la sua casa... Guardi, dietro alla chiesa, un po’ a mancina... si vedono anche le tre finestre; quella di mezzo pare aperta... se la signora Mariuccia fosse là si vedrebbe benissimo. Ecco il cimitero, ed ecco laggiù la nostra cascina; quei punti bianchi che si muovono sono le vacche che se ne vanno ai pascoli... la nostra casetta non si vede, è nascosta, ma nella discesa, all’uscire dal castagneto, la domineremo in modo da poter contare le galline nel cortile.
Credeva di togliermi più presto dalla mia contemplazione enumerando ad una ad una tutte le cose che potevamo scorgere da quell’altura, e rendendomene facile la ricerca; ma quand’egli ebbe taciuto, io guardai ancora.
— Non vi è altro da vedere — mi disse allora coll’ingenuità d’un cretino — che cosa cerca, dottore?
Non cercavo nulla; avevo trovato la mia casa, avevo trovato il mio cuore.
Mi provai a dirgli tutto questo, senza speranza di farmi intendere.
— È là, dissi, è là tutto il mio avvenire; se cancello da questo splendido verde la macchia bianca che vi fa la mia casetta, ho cancellato ogni cosa; o almeno la valle, i monti, l’universo, mi diventano indifferenti.
— È vero — disse Orazio — io lo guardai in faccia... Bugiardo! non capiva un’acca.
— Pensare in che piccolo spazio si contiene una grande felicità! veda, è un punto che biancheggia... ma vi sono tre cuori che mi vogliono bene, tre pensieri che m’accompagnano, tre vite, legate alla mia vita!
Orazio aspettava rassegnato, crollando il capo ad ogni mia parola: io, sebbene sapessi di buttare il fiato, proseguivo:
— È strano! guardandola da questa distanza, la mia felicità mi sembra una cosa nuova, la comprendo meglio...