Orazio m’interruppe.

— Veda, veda dottore.... è un nibbio che fa la ruota; forse ha visto il cadavere di qualche capretto in un burrone.

Io continuai:

— Se quel nibbio che fa la ruota mi potesse imprestare le sue ali per un minuto o due, ed io me ne sapessi servire, che cosa crede che ne vorrei fare?

Orazio non sapeva.

— Volerei laggiù, direttamente, come una freccia scoccata, ed andrei a picchiare ai vetri della prima finestra a mancina, dove stanno le mie creature, e direi loro: Bambine mie, andate a dire alla mamma che il babbo è felice.

— Invece — disse Orazio — se io potessi volare, andrei su, su, in alto, fino a non udire i rumori della terra; forse allora mi riuscirebbe di afferrare una nota, almeno una, dell’armonia dell’universo.

Quel suo desiderio sublime mi fece l’effetto d’una cosa volgare buttata in mezzo alla sorgente più pura della poesia. Era inutile aprire il mio cuore a quell’indegno, e pure non mi seppi trattenere ancora; solo abbassai la voce, come parlando a me medesimo, per umiliarlo:

— Qui, la mia felicità mi sembra più compiuta, più ridente; ha qualche cosa di nuovo, di festivo, di meno familiare, che mi solletica; appare così intera al mio cervello, che ho quasi paura che si stacchi dal mio cuore; parla a me come se fosse la felicità d’un altro.

Tacqui.