— Dottore — mi disse Orazio — quattro passi ancora e sentirà...
— Che cosa ho da sentire? — risposi voltandomi bruscamente.
— Venga, venga...
Egli si avviò, ed io dietro.
Camminavamo da un quarto d’ora, io spiando le bellezze della natura e fermandomi ogni tanto a far lunghe inspirazioni di quell’aria frizzante della montagna, Orazio colla testa alta, insensibile a tutto, salvo che ai rumori. A un certo punto sassoso della strada, si voltò per dirmi che il tacco d’un mio stivale dava un suono alquanto diverso da quello dell’altro tacco.
— È il tacco destro — mi assicurò — che cala d’un quarto di tono.
— Mi dispiace — dissi.
Egli sentì la corbellatura, e venne serio serio a schermirsene facendomi la rivelazione d’una sua scoperta recente sugli zoccoli delle donne e delle ragazze di Pasturo. Ogni donna o ragazza della vallata, a sentir lui, mandava un suono diverso cogli zoccoli, e mi confessò che gli era venuta l’idea di comporre una musica stranissima, e di farla eseguire a pedate e a calci dalla popolazione femminina di Pasturo. Lo guardai in faccia; fortunatamente rideva ancora.
— Quando dirà queste cose senza ridere — pensai, — bisognerà curarlo colla doccia fredda.
— Ci siamo — mi annunziò.