Eravamo giunti all’ingresso d’una rupe cava, in un luogo sassoso, in cui crescevano appena alcune ginestre nane.

Colla mano medesima con cui teneva il rotolo di carta, Orazio mi prese un dito, e m’introdusse nella caverna. Egli non disse nulla, ed io girai gli occhi a guardare la parete di macigno che si incurvava come una nicchia enorme. Era così liscia, che pareva scavata dalla mano dell’uomo, e si adattava a ricevere nomi d’alpinisti di primo pelo, e date memorande consegnate al sasso colla matita. Vi erano iscrizioni di dieci anni prima rimaste così intatte sulla volta da parere fatte ieri. Provai a leggerne una forte: «Giovanni Anselmi e Virginia......» ma Orazio mi raccomandò solennemente di star zitto.

— L’ora non fa nulla, mi disse. Temevo che potesse variare secondo le ore del giorno, ma è sempre la stessa cosa.

— Che cosa?

— Il silenzio; cioè, quello che noi chiamiamo silenzio, ed è invece un suono. Quando tutte le voci della natura tacciono, proseguì, un orecchio avvezzo ne sente ancora una che mormora nell’infinito; è la voce sublime del silenzio. L’ho condotto quassù perchè da questo luogo il silenzio si sente meglio che altrove; sul Resegone, per esempio, vi sono troppe acque di sorgente; sarebbe bisognato salire fino alla vetta...

Io stetti un po’ zitto, poi dichiarai tranquillamente che non udivo niente. Ma egli non si scompose.

— In due è più difficile, disse; provi ancora, ma respiri meno che può, ed a bocca aperta; se respira col naso, non sente più nulla.

— Sì, perchè l’aria, passando per le fosse nasali....

— Zitto! non si muova, perchè il suo farsetto, ad ogni minimo movimento, fa rumore. Stia bene attento e sentirà.

Non mi era facile tenere la bocca aperta, come consigliava Orazio, senza ridere; mi provai due volte, e risi in modo da far risonare la rupe cava; alla terza mi riuscì. Stavo a bocca aperta, immobile, trattenendo quasi il respiro. Vere voci giungevano ancora al mio orecchio. Una montanara chiamò da lontano: «oooh! Adelina... a... a... a!» e Adelina rispose in falsetto da maggior distanza: «Mammaaaaa!»; mi parve anche di afferrare la voce di una campana, ma così sbiadita che non pareva più un suono, sibbene qualche cosa di disegnato appena nell’aria; poi, per un poco, non udii nulla.... cioè, no, qualche cosa mi parve di udire, e vedendo la faccia raggiante di Orazio, compresi che egli udiva la stessa cosa.