— Provi a turarsi gli orecchi con due dita — gli dissi.
Mi guardò sbigottito.
— Provi, insistei — ed egli provò.
— Che cosa sente ora? continuai a dirgli, come se potesse udire le mie parole.
Orazio impallidì, staccò le dita dalle orecchie, le ricacciò dentro.
— È la circolazione, soggiunsi spietatamente quando mi potè intendere; è il sangue arterioso che, sotto la spinta del ventricolo sinistro del cuore, passa dalla carotide, e fa invasione nei vasi della testa; se lei chiude l’ingresso all’aria esterna, la sonorità è quasi opprimente.
— La circolazione! balbettò Orazio ricacciando le dita nelle orecchie.
— Già... la circolazione. Le sfere e i nascituri non ci entrano; me ne dispiace tanto, ma non è lo sferoide terrestre che vibra press’a poco in la: è il suo sangue... caro signore, cacci le dita in fondo, prema forte... così... bravo! è il sangue d’un imbecille.
Egli si sturò le orecchie in quel mentre, ed io tacqui, ma non forse in tempo da non lasciargli udire l’ultima parola, perchè subito uscì dalla caverna senza dirmi nulla, e stette a guardare la vallata come se volesse scolpirsela in mente, ma in realtà per aver agio a decidere se dovesse farmi il broncio.
— Bei luoghi! — esclamai per placarlo.