Mi strinse la mano e mi disse senza rancore:

— Andiamo a casa?

Gran buon ragazzo, in fondo!

VI.

Fino alle baite non mi parlò più, e giuntovi, invece di seguire il sentiero, si cacciò di corsa giù per una china erbosa, ma rapidissima, ed io rimasi a protestare dall’alto. Si voltò.

— Mi scusi, gridò, ero distratto; non scenda di qui, faccia la strada buona, io starò ad aspettarla.

Nel dir questo, si pose a sedere sopra un sasso, ed io lo lasciai alle sue meditazioni, che non potevano fargli male, dopo essermi assicurato che lì presso non scorreva alcuna acqua ciarliera, e che non tirava vento.

Precauzioni inutili. Fatto il giro tortuoso di quel sentiero di montagna, io venni alle spalle del mio giovine amico e lo trovai colle dita così conficcate negli orecchi, tanto immobile ed attento al suono della circolazione del sangue, che non mi udì se non quando gli fui addosso gridando: «Orazio!»

Egli si voltò e mi sorrise senza turbamento, con quella bontà arrendevole che accompagna le grandi cadute; press’a poco a quel modo mi aveva sorriso quando si era slogato il piede.

— A momenti — mi disse poi — entreremo nel castagneto.