Si accontentò di questo, senza annunziarmi col suo linguaggio enfatico nissuna delle voci che nel castagneto mi dovevano parlare. Entrando nel bosco, dove il sole penetrava a stento, egli andò difilato al piede di un grande albero, mi diede la fiaschetta che portava a tracolla, tolse la doppia fasciatura ad una fetta d’ottimo stracchino, e mi offrì una pagnotta. Non mi feci pregare; lo stracchino era squisito, ed io lo dissi ad Orazio, il quale si degnò di darmi pienamente ragione, protestando che non toccava a lui il dirlo, ma che la verità doveva andare innanzi a tutto.
— Bravo signor Orazio! Così mi piace!
Lo stracchino trionfò e sparve, e la sua scomparsa fu salutata da un paio di salamini casalinghi piuttosto magri, ma robusti e degni di molta considerazione.
— Segue così anche a noi altri, osservai a bocca piena; a questo mondo ci è un buon quarto d’ora per ciascuno, poi viene il quarto d’ora d’un altro, e chi ha avuto ha avuto.
Orazio mi guardò e non comprese nulla. Veramente il mio discorso non era chiaro: alludevo a Concettina.
Dopo quel breve pasto, ci avviammo un’altra volta; attraverso l’alberatura fitta giungevano limpidamente dei suoni; si alzava sopra tutte la voce sorda e misurata dell’accetta d’un boscaiolo, poi l’altra più secca e stridente della roncola d’un potatore — ma Orazio non mi disse in che tono erano, ed io non lo chiesi; anche un piccolo rigagnolo ci passò fra le gambe balbettando inutilmente non so che cosa. Eccoci all’estremità del castagneto.
Come mi aveva annunziato Orazio, eravamo già vicinissimi a casa, e affacciandoci fra due piante, ci si mostrò all’improvviso tutto il paesello di Pasturo, la chiesa, il camposanto, l’osteria...... la mia casa!.....
— E la mia! — esclamò Orazio.
— Sì, è vero, eccola!
Vi guardavamo dentro come in un libro aperto, potevamo spingere l’occhio fin nella cucina e nella dispensa.