Mi guardò in faccia per paura che lo corbellassi, poi mi spiegò gravemente come e perchè, stando in letto, non gli era possibile suonare il contrabasso. Ma appena ebbe detto che era impossibile, subito volle provare.
— Dottore, mi vuol fare il piacere d’andarlo a prendere? è nella stanza vicina, appoggiato alla guardaroba... bisogna aprire la custodia e cavarnelo... me lo vuol fare questo piacere?
— Ma se non si può suonare...
— Le farò sentire una nota, una nota sola.
Andai nella camera attigua, dove Concettina, che si aggirava come una farfalla sviata, rimosse un paio di seggiole per farmi credere che era intenta a qualche cosa.
— È come un ragazzo — dissi per spiegare la mia presenza — vuole il suo contrabasso. Glielo possiamo dare.
Parlando in numero plurale, io invitava Concettina a rientrare con me nella camera dell’ammalato, come era suo desiderio. Presi lo strumento o lo portai sul letto di Orazio; Concettina mi venne dietro. Notai sulla faccia del mio giovine amico un leggiero incarnato come per salutare il contrabasso, e nulla, neppure un sorriso, neppure uno sguardo a Concettina. Per accontentare il capriccio del convalescente, tentai molte positure ardite, senza trovarne una nella quale il contrabasso acconsentisse a lasciarsi suonare; la migliore fu suggerita da Concettina.
— Proviamo a far così — disse; ed avvicinò al letto essa stessa una seggiola su cui il contrabasso fu appoggiato. Bastò che Orazio si mettesse a sedere e si curvasse un tantino sulla sponda del letto per poter afferrare lo strumento con una mano e maneggiare liberamente l’archetto coll’altra.
— Stia a sentire, stia a sentire.
E incominciò a muovere lentamente l’archetto, chinandosi più che poteva fuori del letto per appoggiare il dito sopra l’ultima corda, in prossimità del ponticello. Stando così, col capo in giù, egli s’ingegnava di guardarci, voltando la faccia verso di noi, e ci fissava con un occhio attraverso i capelli che gli facevano velo.