— Sentirai — le disse Orazio con riconoscenza — sentirai sul Resegone; vi andremo un giorno, non è vero? A te piace arrampicarti sui monti; io sarò prudente. Là vi sono sorgenti ad ogni passo, non è come sulla Grigna; in ogni rupe cava, abita un filo d’acqua; ogni goccia, cadendo, manda un suono diverso... I suoni minori abbondano in natura, ma non manca esempio dei maggiori. Poco lontano da Introbbio, vi è una cascatella in cui potresti udire distintamente un accordo di terza in la maggiore; sulla riva del mare, ad Arenzano, due anni fa, notai che l’onda correva alla spiaggia con un muggito sordo, in cui si distinguevano tre note dell’accordo di do maggiore; poi si ritirava cambiando tono, e ad un certo punto, cominciava una musica tutta diversa, quella dei sassolini rotolanti sul greto, che era un accordo perfetto in mi minore sull’ottava più acuta.
Concettina apriva gli occhi estatici, e li fissava, non impunemente, per quello che mi pareva, sul volto ispirato del giovine; io mi domandava se, dato che tutta questa scienza musicale non fosse una stravaganza o un delirio, potesse almeno servire a far scrivere una bella sinfonia.
— I monti — proseguì Orazio accalorandosi — hanno molte cose da insegnare ai professori del Conservatorio; bisogna essere stati lassù sotto l’acquazzone, per sentire che musica. Quanti maestri d’armonia e di contrappunto crede lei che si siano dati la briga di far questo?
— Di pigliarsi l’acquazzone sulla vetta della Grigna? Pochi.
— Pochissimi; e quanti crede che si siano voluti spingere colla matita in mano, almeno almeno fuori di una delle porte della città, per ascoltare le voci della campagna? Sa lei perchè la musica è rimasta la più povera delle arti?
— È rimasta la più povera? — domandai.
Egli mi assicurò di si.
— Sa lei perchè la musica è stata impotente fino ad oggi a descrivere la natura?
— Oggi non è più impotente? — domandai.
Egli mi annunziò che, grazie agli sforzi di pochi eletti, oggi la musica comincia a poter essere descrittiva.