— Ma perchè mai — insistè — non fu mai descrittiva fino ad ieri?
— Forse, arrischiai timidamente, perchè prima d’ieri non si riconobbe la necessità che la musica fosse descrittiva. Le descrizioni musicali, nei grandi modelli italiani, sono sobrio, sembrano accennare il paesaggio perchè la mente dell’ascoltatore lo compia — se dico qualche corbelleria, mi scusi.
L’amico Orazio fu indulgente; non solo non andò in collera quando vide che, sebbene ignorante di musica, io aveva delle opinioni diverse dalle sue, ma me le lasciò esprimere.
— Ho sempre creduto — dissi pigliando coraggio — e credo che la musica sia un linguaggio misterioso dell’anima umana, e che essa cominci dove le altre arti hanno quasi finito. Io veggo una scala nelle arti: la scultura dice meno della pittura, e la pittura dice meno della letteratura, e la letteratura meno della musica; ma stando nella loro cerchia, ogni arte è più potente delle sue sorelle. La scultura dice meno; ma quello che dice, lo dice meglio della pittura; e la pittura meglio della prosa e della poesia; e la poesia e la prosa, meglio della musica. — Perchè confondere le attribuzioni? I nostri antichi facevano servire la musica all’esposizione dei sentimenti vaghi, delle aspirazioni, degli entusiasmi, di tutto ciò che, prorompendo dall’anima umana, non trova un pennello o una penna che lo arresti, senza impoverirlo. Hanno forse fatto male?
— Hanno fatto quello che hanno potuto — disse Orazio con accento di misericordia.
— Rossini... — balbettai.
Egli m’interruppe:
— Rossini è rimasto indietro; dopo di lui, la musica ha fatto un bel pezzo di strada; lo strumentale si è arricchito; si sono trovati degli effetti...
— Effetti — diss’io — cioè a dire figure rettoriche della musica, ma la melodia, cioè le idee?
— La melodia! — esclamò Orazio.