Non disse altro, ma pronunziò questa parola con un disprezzo così sincero, che per un poco io stesso ne sentii tutto il vuoto, e rimasi mortificato. Ma io sono testardo, e non rinunzio facilmente alle mie opinioni. Subito mi rinfrancai e dissi;

— Non è male che la musica si arricchisca, purchè non faccia come l’avaro, e sappia poi spendere le sue monete; quanto alla melodìa, caro signor Orazio, io la credo eterna come l’amore e come il dolore. S’innamori, e sentirà la melodìa; e se la sua innamorata lo pianterà per un altro, la sentirà anche meglio, cioè, no, anche peggio.

Concettina, che era sempre stata zitta, si fece rossa e andò a guardare nella camera attigua, perchè le parve d’aver inteso rumore.

— Sei tu? — disse — vieni avanti.

Entrò Toniotto.

II.

Toniotto era il fratello minore di Orazio. Aveva diciasette anni, e, per quel che mi pareva, un gran desiderio di averne almeno venti; perciò corrugava il sopracciglio e non si permetteva di ridere alla presenza del prossimo: perciò aveva rinunziato spontaneamente a tutti i privilegi dell’età sua; perciò non mangiava palesemente, se non in comune all’ora dei pasti, non giocava mai, e si pigliava una pena veramente straordinaria per camminare ritto e grave come un fantasma. Aveva ottenuto da suo padre, dopo gli esami, un cavallino sauro e un paio di stivali cogli speroni, e da quel giorno, e in qualsiasi ora della giornata, mi era stato impossibile pigliarlo alla sprovveduta, cioè a dire senza gli stivali. Così egli sosteneva in faccia alla popolazione di Pasturo, la sua dignità d’uomo incipiente.

Ma ahi! gli stivali e gli speroni non sono tutto nella vita dell’uomo, e Toniotto non era felice. Che mancava a Toniotto? Gli mancavano quattro peli di barba, almeno quattro, tanto più che egli possedeva un magnifico rasoio inglese, capace di far la barba ad un cappuccino; gli mancava il sigaro, gli mancava l’innamorata. Per riuscire a fumare impunemente, Toniotto aveva fatto prodigi di eroismo; si era provvisto d’una scatola di tabacco turco, ed aveva imparato a fare le sigarette con due dita: ma egli preparava le sigarette con gravità, e gli altri le fumavano allegramente, e se il disgraziato ne metteva una fra i denti, subito si faceva bianco come un cencio, e si sentiva mancare la terra sotto i piedi.

Il destino, che si pigliava il gusto di strappargli di bocca il sigaro incominciato, il destino che non gli lasciava spuntare i baffi, mentre a parecchi suoi compagni di scuola aveva già largito anche la mosca, l’avverso destino non gli aveva ancora fatto trovare la donna dei suoi pensieri. Una volta, a Toniotto era sembrato di riconoscerla, a Lecco, in una bella bruna sulla trentina, alta come una matrona: ma non aveva tardato a sapere che quella era la moglie del suo professore di matematica. Pensando che il meno che possa fare un professore, a cui uno scolaro rapisca il cuore di sua moglie, è di bocciarlo agli esami, Toniotto rinunziò vilmente alla matrona. Venendo a Pasturo in vacanza, egli dovette sentire peggio che mai il gran vuoto del suo cuore e la nessuna speranza di colmarlo prima del nuovo anno scolastico.

Io queste cose un po’ le indovinai, un po’ le seppi da lui stesso, perchè, piacendo a me la compagnia dei giovinetti, e non frequentando Toniotto altro che la gente matura, non mi era mai difficile, concedendogli una millanteria, strappargli una confidenza.