«Penso al mio passato, all'enormità del mio fallo, e mi domando che mi rimane nella vita.

«Che sarà di me? Dove troverò io la forza di sollevare lo sguardo sulla fronte limpida ed aperta di mio marito? E potrò nascondergli la mia colpa?

«Ho un presentimento triste; mi pare che una voce segreta mi parli dal fondo del cuore, e che una grande sventura sia sospesa sul mio capo. Cerco un conforto nel cielo; ma il cielo distoglie gli occhi dalle creature che mi assomigliano...

«I miei occhi non hanno più lagrime; tutti i miei affetti sono inariditi; tutti i nodi che mi legavano alla famiglia sono spezzati. Perfino Bice, la mia piccola Bice, candida e buona, mi ìmpaurisce come un'accusa vivente.

«Il tuo amore che mi ha fatto intorno questa solitudine orrenda, ora mi è necessario per popolarla.

«Interroga il tuo cuore, Riccardo; e dimmi, dimmi, mi amerai tu tanto da pagare le mie sciagure?»

LXIV.

Chi vorrà dire la gioia degli amanti, i tripudi segreti, i sogni a occhi aperti, le pazze dimenticanze?

Talora una nuvola di mestizia appare sulla guancia di Camilla, ma i baci di Riccardo la cancellano; e se l'affanno della colpa dissimulato invano, viene a turbare il loro petto, essi si gettano nelle braccia l'uno dell'altro, mormorando a bassa voce: «quanto t'amo! quanto t'amo!»

Ahi! Riccardo ha toccato il culmine della umana felicità! Come suole avvenire di certi favoriti del piccolo Dio bendato, la continua festa l'ha reso schizzinoso, a poco a poco egli non se ne appaga più, e un bel giorno s'accorge, e lo dice a sè stesso con un sospiro, che il suo cuore, il suo gran cuore, è insoddisfatto. E non sono passati dieci giorni dall'ultima lettera di Camilla, che egli si caccia le mani nei capelli, giurando che la sorte gli è ancora debitrice. E dite un po' chi ne ha colpa?... fratel Biagio, lui, proprio lui, che si è andato a cacciare in mezzo a due cuori fatti l'uno per l'altro!