A venticinque anni invilupparsi eternamente nei nodi indissolubili delle nozze legittime; rinunziare a tutti quanti gli amori, guardarsi in uno specchio e dire a sè stesso che tutto è finito, che egli non formerà più lo spasimo di alcuna donna, che i suoi compagni se lo additeranno l'un l'altro come un oggetto curioso, che gli toccherà farsi grave e curare le faccende di casa, e misurare l'entrata coll'uscita, e pensare al risparmio ed alla figliolanza...

Ma non amava egli Camilla?

Se l'amava! perchè l'amava troppo non la poteva sposare! Doveva egli uccidere l'amante per farne una moglie?...

Riccardo ebbe la febbre e dormì sonni agitati. L'alba gli suggerì nuove argomentazioni.

«Vediamo, disse riordinando le idee, è impossibile che la sorte abbia giuocato questo brutto tiro a fratel Biagio solo per avere il pretesto di mandarlo all'altro mondo; ma è pure impossibile che l'abbia mandato al mondo di là solo per togliere di mezzo un impedimento alle giuste nozze. La sorte, io penso, non deve frugare molto nei codici. E poi nel caso nostro il matrimonio sarebbe un'irriverenza, un insulto, uno sfregio codardo alla santa memoria dell'onesto van Leven. Possiamo noi edificare il nostro tetto nuziale sopra la tomba dell'uomo che fu offeso dal nostro amore? profanare oggi la sua memoria dopo aver profanata la sua casa?

«Si ripara la colpa! Menzogna! Non si ripara nulla! È egoismo, niente più, è volersi sottrarre al peso del rimorso, è voler rimanere impenitenti, non voler pagare neppure questo tributo a quel povero signor Biagio.»


Riccardo non aveva ancora esaurito la limpida vena dei suoi ragionamenti, quando udì picchiare all'uscio d'ingresso.

Balzò di letto, si avviluppò in furia nella veste da camera, e venne ad aprire.

Il portinaio recava una lettera pel signor Riccardo.