Biagio van Leven ha un'abitudine che rasenta la mania — il suo commercio di Olanda.

Bice, che lo accompagna qualche volta nei suoi viaggi, dice che quel commercio di zuccheri e di stagno rassomiglia molto a un pellegrinaggio, e asserisce che fratel Biagio non va in Olanda se non per deporre una corona sulla tomba di Guglielmo van Leven buon'anima, e di sua moglie Ada.

Comunque sia la cosa, fratel Biagio è inflessibile in questa abitudine, e ogni anno al primo dì d'agosto, egli rimette i negozî nelle mani del suo amico e socio e amico Emanuele Pool, e se ne va difilato in Olanda.

Fratel Biagio non ha che tre affetti vivi: la moglie, la sorella e l'amico; ha pure tre simpatie tenaci: il suo cuoco, i suoi fiori, la sua pipa.

Con un patrimonio immenso di bonarietà e di placidezza egli è un uomo felice. Sa che i suoi negozî prosperano e che il suo credito è incrollabile, è sicuro d'avere una moglie giovane e bella e d'esserne amato, e benedice ogni sera le anime buone di Ada e Guglielmo van Leven che si compiacquero di metterlo al mondo.

Fratel Biagio ha dei principî; se ne tiene, li ricanta alle orecchie del prossimo con una certa generosità; parla del lavoro, dello scambio, del progresso, del pauperismo, e quando ha finito conchiude candidamente che egli sente degli istinti prepotenti per le scienze sociali, che li ha sentiti sempre, e che, se la sorte non l'avesse fatto nascere fra due balle di cotone, si sarebbe fatto economista!

Quando il signor Guglielmo e la signora Ada van Leven ebbero messo fra gli uomini il nostro Biagio, il pianto e il riso parvero contendersene per gran tempo il governo.

Nei primi tempi le partite erano pareggiate; in fasce il piccolo van Leven piangeva e rideva come tutti i suoi colleghi; cresciuto negli anni giocava alla trottola, al cerchio, alla palla, e salì in gran rinomanza per lo scrupolo tutto commerciale con cui al bisogno pagava il debito d'un pugno o d'uno scapellotto; ora chiassoso, ora imbronciato e disposto sempre a passare dal broncio al sorriso; — tale il nostro Biagio; chi avesse voluto argomentare da tutto ciò il suo avvenire avrebbe dovuto essere un argomentatore pieno di fede nella dialettica.

All'età di sette anni fu visto una volta far salti e capriole così audaci e in maniera tanto contagiosa, che bisognava proprio raccomandarsi al sussiego d'uomini fatti per resistere alla tentazione d'imitarlo. Ciò avvenne il giorno in cui la signora Ada van Leven ebbe la fortuna di trovare sotto le foglie d'un cavolo, nell'orticello attiguo al giardino, una creaturina color di rosa e l'ottimo pensiero di raccoglierla e di domandare a Biagio se la volesse per sorellina. Biagio rispose a salti e capriole, e continuò quotidianamente a ringraziare il cielo colla stessa pantomima, finchè a soli due anni la piccola Bice se ne tornò al suo cielo, insegnando la strada alla desolata madre, che non tardò a tenerle dietro.

Van Leven giuniore questa volta minacciò di impazzire e non si riebbe per gran tempo dalla sua mestizia; allora il pianto parve aver vinto definitivamente la partita.