Ecco: è il tramonto d'una delle ultime giornate d'inverno; l'oscurità scende a poco a poco in una camera silenziosa, dove dorme il bambinello; i tizzi agitano le loro lingue di fuoco lottando allegramente con le ombre, e i due sposi, seduti l'uno accanto all'altro, si stringono in silenzio la mano.
A che pensano? Alla neve che scende al di fuori e copre i tetti, le vie e gli alberi; a un viale che hanno percorso il mattino, ad un vasto campo in cui le lagrime fecondano gli amaranti, ad un monumento marmoreo nascosto sotto la neve, ed al nome scolpito su quel marmo e alle care sembianze che la terra non invola interamente agli occhi dell'amore.
Bice lo ha sulle labbra quel nome diletto: Fratel Biagio... Cento domande corrono dietro a quel nome...
— Oggi sono forte, — dice alla fine con un sorriso.
Emanuele comprende e tace, l'altra insiste collo sguardo.
— Eccola lì, la mia bella melanconica che ha voglia di piangere un'altra volta...
— Non piangerò, te lo prometto... dillo, dillo: come è morto?
— ... Nelle mie braccia...
— E soffriva? e ti parlava di me?.... dimmi tutto, lo vedi... non piango...»
Ma la voce le esce rotta dai singhiozzi. Lo zio Emanuele si turba a quelle lagrime, balbetta.... poi, pigliando le mani della moglie e tirandosele al petto, le dice affannosamente: