Le guancie delicate della fanciulla, i suoi capelli d'oro versati sul verde delle foglie, la luce semispenta del tramonto davano a quella scena l'immagine d'una fantastica apparizione.
Fratel Biagio, coll'inaffiatoio in una mano, mosse incontro alla fanciulla.
Un'espressione mal celata di gioia animava lo sguardo e il sorriso di quella creatura di diciotto anni.
— Che cosa vuoi?
— È venuto — rispose Bice con impeto innocente.
— Chi?
— Lui!... —
Fratel Biagio aveva capito benissimo, e se chiese: «chi lui?» lo fece pro forma, tanto è vero che nè Bice gli rispose, nè egli aspettò risposta per deporre a terra l'inaffiatoio. Non aggiunse sillaba.
Bice aveva chinato maliziosamente gli occhi ai suolo, ma li rialzava tratto tratto alla sfuggita per leggere in faccia del fratello, il quale s'era cacciata la mano fra i capelli e frugava e frugava senza trovare nulla.
— Diamine!... diamine!... — mormorò alla fine; facendo violenza a sè stesso, diede uno sguardo al proprio abbigliamento, battè qua e là con la palma della mano levando un nugolo di polvere dai suoi abiti, cacciò le dita nelle tasche, e si mosse risoluto facendo cenno a Bice di seguirlo.