La signora van Leven aveva dello spirito, e ne faceva mostra.
La signorina Bice navigava in un mare di contentezza, e non lo sapeva nascondere.
Il signor Riccardo era distratto.
Da oltre un'ora egli s'ingegnava di avvivare la conversazione e di rispondere con passione all'elettrica favella degli sguardi di Bice, senza altro frutto che di mostrare a ogni tratto il suo rossore. Certo un pensiero importuno rimpiccioliva le facoltà del suo spirito. Sempre che i suoi sguardi si incontravano in quelli della signora van Leven, s'impegnava una lotta, una debole lotta d'un istante, che finiva con la ritirata di entrambi. La bella donna pareva impacciata dell'insistenza, e Riccardo sopraffatto dal peso d'un convincimento. Bice, la leggiadra fanciulla diciottenne, interrompeva ogni tanto con parole innocenti le vicende di quella battaglia.
A un tratto si udì il suono ripetuto d'un campanello.
— Fratel Biagio! fratel Biagio! — disse Bice con impeto: riconosco il suo modo di sonare. — Ed essendo che la conversazione da qualche tempo languiva, la buona creatura vide nella venuta del fratello un potente ausiliario, e gli mosse incontro festosa.
La cognatina e l'innamorato rimasero soli nella sala; essa con il capo inclinato, egli con l'occhio intento, con le labbra semiaperte.
La cognatina sollevò la fronte e gettò uno sguardo sereno sopra l'innamorato, il quale non diè addietro e insistè...
Quello sguardo durò un istante è parve eterno. Riccardo, pallido in volto, con le labbra ridotte a forza al sorriso, si levò in piedi.
La signora van Leven, bella e seducente, pareva irridere con la sua tranquillità...