«Perdonami mia buona amica, perdonami. Se tu sapessi! Ma ti dirò tutto, voglio dirti tutto: voglio versare le mie angoscie nel tuo seno. Io sono un essere malato, non lo nego, ma mi guarirai tu con il tuo amore — tu buona, tu ingenua, tu bella!
«Ho un rimorso che mi opprime più di tutte le mie paure; è il rimorso di turbare il sereno infinito della tua innocenza, d'avvelenare la santa e inconscia fiducia del tuo cuore.
«Verrò a te come a un altare; tu mi ridonerai la mia fede; mi dirai che mi ami, che saprai amarmi sempre, mi dirai se lo senti tu pure questo prepotente bisogno di dirmi: «t'amo» come io lo sento.
«T'amo, t'amo, t'amo.»
XV. Amore in viaggio.
La comitiva viaggiava in una carrozza di prima classe della strada ferrata da Milano a Varese.
Camilla e Bice erano state le prime a salire e s'eran sedute l'una in faccia all'altra, alle estremità dei divani, desiderose entrambe di poter cacciare il capo fuori degli sportelli. La zia Angelica, che si era arrampicata a gran stento subito dopo e aveva lo stesso desiderio, era andata a incantonarsi nell'angolo opposto. Riccardo che le aveva tenuto dietro si trovò fra due partiti: sedersi al fianco di Camilla o al fianco di Bice; e naturalmente si attenne a quest'ultimo. Il signor van Leven e il signor Pool s'erano acconciati il primo al lato di Riccardo, l'altro accanto a Camilla, e siccome nessun viaggiatore era venuto a introdursi nella stessa carrozza, chiusi appena gli sportelli, la nostra comitiva aveva levato al cielo un picciol grido di gioia come se fosse stata liberata miracolosamente dalla compagnia d'un nemico.
Indizio curioso d'egoismo di cui ciascuno di noi è stato testimone, è quella specie di carico che ogni uomo il quale si trova in una carrozza pubblica fa a ogni altro uomo che giunga dopo di lui a turbare la sua solitudine. Ve ne ha di quelli che vanno più in là, e si adirano in cuore non solo verso chi li segue, ma verso quanti li hanno preceduti.
Un estraneo che viaggia con noi è uno che si annoia per via, al par di noi, che ci guarda dalle scarpe al cappello, che esamina ogni nostro gesto, si ferma sopra ogni difetto dei nostro volto, per l'appunto come noi facciamo con lui. Non è rappresaglia, è bisogno; ma dall'una parte e dall'altra piglia i caratteri odiosi della rappresaglia. Chi ha viaggiato può far fede che non vi ha nemico più acre di un compagno di viaggio con cui non si voglia (ed è raro che si voglia) avviare un dialoghetto sulla necessità della pioggia per le campagne, sulla crisi probabile del Ministero, o sulla possibilità di una prossima guerra.
Questa specie di ruggine, che la vicinanza pone fra due esseri che non s'erano mai visti prima, diventa acrimonia, e si manifesta negli sguardi o nelle esclamazioni eloquenti, quando invece che con una persona si ha a fare con una brigata. Costoro facevano conto di trovarsi in casa propria; avrebbero chiacchierato con abbandono durante tutto il viaggio; pensate voi se potevano vedere di buon occhio un estraneo venuto a posta per condannarli al silenzio, all'immobilità, a quel contegno grave e composto con cui ogni galantuomo che si rispetta si crede in obbligo di stare in faccia al suo prossimo... Però, miei buoni amici, se mai vi avvenga di porre il piede sul predellino d'una carrozza e di vedere una mezza dozzina di sguardi immobilmente fissi su di voi, e altrettanti sorrisi beffardi che paiano dirvi: «osereste entrare?» dite a voi stessi che turbereste le dolcezze d'una comitiva, e cercate altrove un'ospitalità meno amara.