La nostra comitiva viaggiava adunque da una mezz'ora verso Varese.

La zia Angelica, che s'era posta vicino allo sportello per godere lo spettacolo dei pali del telegrafo che paiono inseguirsi, dopo aver fiutato tabacco due o tre volte, aveva finito con l'addormentarsi. Van Leven e Pool s'erano cacciati in un labirinto di quistioni commerciali, e minacciavano di non cavarsene molto presto. Camilla, Bice e Riccardo parevano assorti in gran pensieri. Ogni tanto Bice guardava Camilla, e poi Riccardo, e poi la campagna, e poi ancora Camilla e Riccardo, e facendosi rossa in viso interrompeva il silenzio con qualche esclamazione:

— Bella giornata! —

Riccardo componeva il volto a serietà, e rispondeva gravemente:

— Bellissima. —

Camilla guardava e sorrideva senza dir parola.

Uno strano nugolo d'idee imperversava intanto nella testa dell'innamorato. Il senso di voluttà innocente che dà il contatto della donna amata traeva il suo spirito fuori della meschina cerchia delle idee della vita, ma un invincibile sentimento di paura e di dubbio, segreto tarlo che gli rodeva il cuore, tarpava miseramente i larghi voli della sua fantasia. Però che Camilla, lo spettro del suo primo amore, era lì, dinanzi a lui, bella, sorridente, spensierata, felice. Quel volto fresco a cui la rosa aveva prestato i suoi colori, quella capigliatura che cadeva rovesciata sulle spalle, quegli occhi grandi, aperti, sereni, profondi abissi in cui egli aveva avventato col desiderio la sua anima, quella bocca soave, quel corpo di silfide, quelle manine affilate e candide come mani di fata, tutto quell'essere misteriosamente leggiadro che egli aveva visto errare per tante notti nella sua cameretta e chinarsi sul suo guanciale a bisbigliargli una promessa, e che il tempo inesorabile doveva più tardi cancellare dal suo cuore — tutto riviveva in un istante con le seducenti lusinghe della gioventù e della bellezza e con gli amari rimpianti dell'amore.

«Dov'è il mio passato?» Per qual misterioso intendimento fui tratto ad amare questa donna, ad esserne amato? E con quale disegno, oggi che quel palpito non è più, e altri ha diritto al nostro affetto, ci troviamo balzati dalla sorte sullo stesso sentiero? Amara ironia della fortuna!»

Riccardo andava più in là e gettava sbigottito lo sguardo all'avvenire; pensava paurosamente alla legge inesorabile che regola i moti del cuore, pensava a quella creatura ingenua, che egli aveva tratto a rispondere al suo affetto; interrogava sè stesso, analizzava la propria natura.... Avrebbe egli soggiaciuto? Era egli certo di non mentire? Era ancora l'amore, il vero amore che infiammava le sue vene?

E Bice? Quell'anima ingenua poteva illudersi, credere all'eternità d'un affetto di cui ignorava la saldezza....