«Il mio passato mi è caro perchè mi fu largo di promesse e di sogni. Oggi che mi sono destato, vedo con rammarico che altri sparga il ridicolo su quel tempo rapidamente fuggito.»
A questa lettera ne andava unita un'altra per Bice.
La buona fanciulla, fuor di sè per la gioia, voleva che la cognatina stesse a udirne la lettura; ma Camilla si schermì, protestando.
— Non mancherebbe altro!
— A che cosa?
— Nulla. —
E si sottrasse all'insistenza della fanciulla, la quale non sapeva comprendere come si potesse rimanere indifferenti a una bella lettera di quattro pagine, che incominciava così: «Mio angelo, mia vita!» vale a dire la vita e l'angelo di Riccardo.
XXI. Convalescenza.
L'aveva detto il medico: la malattia di Bice non era nè pericolosa nè grave; ma quando si ha diciott'anni, un fratello affettuoso come fratel Biagio, una cognatina vispa più d'un folletto che sa fare cento moine e cento vezzi, un'infermiera attenta e scrupolosa come la zia Angelica e un innamorato lontano, che riempie quattro intere pagine di giuramenti d'amore eterno, si ha diritto, via, d'aggravare i propri mali con la immaginazione e di contrastare ogni efficacia alle medicine fino al ritorno del proprio innamorato. È appunto ciò che fa Bice quando il signor Pool, il modello degli amici di casa, viene, per fermarsi cinque minuti, a domandare conto dell'andamento della malattia e andarsene in punta di piedi.
Bice sembra prendere gusto alla uniformità bizzarra di quelle visite, e non manca mai di riderne con Camilla, la quale per volgere in beffa il sussiego del taciturno visitatore ha un garbo tutto suo. Ciò non vuol già dire che le due cognate trovano assolutamente ridicole le maniere del signor Pool; ma è tanto difficile trovar argomento da ridere, che a volersi mettere in capo di fare l'esame di coscienza prima di lasciar andare una risata igienica, si finirebbe col morire di malinconia.... se la noia non uccidesse più presto.