— Convenite meco che i battesimi scientifici del popolo hanno almeno spirito e senso pratico; nelle classificazioni di Linneo non ce n'è nemmeno l'ombra. —

Qui fratel Biagio uscì in uno scoppio di risa.

Riccardo, che volle imitarlo, se ne cavò male. E la conversazione morì repentinamente.

Il sole era disceso dietro i monti; la pallida luna risaliva la curva dell'orizzonte; le tenebre scendevano rapidamente facendosi sempre più fitte; incominciava il sonno della natura; quel buio e quel silenzio erano solo turbati dalla nota solitaria del grillo e dal fosforico barlume di alcune lucciole, che tramutavano il loro letto, sollevandosi dalle zolle e ricadendo poco lungi.

Un uomo si nascondeva in quelle tenebre e taceva in quel silenzio — Riccardo. Egli non era assorto in una di quelle fantastiche contemplazioni care all'artista, ma attingendo nel cuore una nuova dolcezza, vagava immerso in un vaneggiamento fatto di memorie, di speranze, di desideri. Ai battiti affrettati del suo gran cuore d'innamorato si sarebbe detto che in quel vaneggiamento soave avesse alcuna parte l'aspettazione.

Qual mai mortale più felice di Riccardo? Egli sentiva ancora errare intorno a sè il profumo voluttuoso della donna adorata, chiudeva gli occhi, e gli pareva di rinnovarsi la dolcezza di un bacio lungo e fremente, e la stretta dolce ed angosciosa d'un seno colmo d'amore.

Nissuno venne.

Sonava la mezzanotte, quando Riccardo, rôso da mille paure, rifaceva i suoi passi verso la casa.

E allora una finestra si aprì con lieve rumore; una mano apparve un istante sul davanzale, e una pallottola di carta cadde ai piedi dell'innamorato. Poi tutto rientrò nell'oscurità e nel silenzio.

Quella pallottola diceva laconicamente: