«A domani.»
XXXVII. Un colloquio non desiderato.
Che cosa era dunque avvenuto? E se Camilla aveva dovuto mancare ai ritrovo, perchè non dirne le cagioni? «A domani!» La sibilla ne avrebbe detto di più. E poi il domani bisognava partire.
Gran parte della notte Riccardo ruminò a questo modo. Una paura segreta gli stringeva il cuore; il sonno invano combattuto ritornava a brevi intervalli pieno d'immagini angosciose.
Un lume intanto rifletteva dal di fuori una luce fantastica sui vetri della sua finestra. Qualcuno vegliava al par di lui... forse Camilla!...
Finalmente il sonno lo vinse.
All'alba balzò in piedi di scatto, si vestì in furia, e scese in giardino. Passeggiò a gran passi alcun tempo, respirando con voluttà l'aria frizzante; poi risalì nella sua camera, aprì la finestra, accese un sigaro. Non soddisfatto ancora, prese un libro e andò a sdraiarsi sopra un seggiolone nell'ampia sala da pranzo. Un'agitazione invincibile pareva dominare il suo spirito; teneva tuttavia fra le mani un foglio di carta spiegazzato, su cui erano scritte le due parole misteriose che lo avevano tanto affannato la vigilia, e guardava ad ogni tratto una porta, che metteva nelle camere di fratel Biagio.
Non si udiva un rumore nella casa. Al di fuori le rondini incominciavano ad abbandonare i loro nidi, empiendo l'aria di canti e di voli; qualche fringuello mattiniero cinguettava dondolandosi sull'estrema punta delle roveri.
Riccardo pensava a Camilla, all'amor suo, alla felicità dell'ieri, e con la baldanzosa insaziabilità degli amanti tesseva nella fantasia mille insidie per carpire nuovi baci e nuova felicità.
Egli non pensava alla felicità minacciata di fratel Biagio, non pensava alla felicità distrutta di Bice.