— Io, nessuna....

— Lo vedi! esclamò baldanzosamente il piccolo filosofo, ma subito, accorgendosi di aver detto qualche cosa che impensieriva il suo interlocutore, e di cui non vedeva bene il fondo egli stesso, stette in silenzio a riflettere.

— Temo anch’io che sia una cosa impossibile, concluse il Matto, ma a desiderarla non ci è alcun male.

Desiderio allora non rispose nulla, ma un momento dopo, scotendosi ai suoni prolungati della campana mattutina, disse più a sè stesso che al suo nuovo amico:

— Non so.

— Che cosa non sai?

— Se a desiderare l’impossibile non ci sia del male.

E balzò giù dal letticciuolo.

L’aspetto del dormitorio era interamente mutato, e sopra ogni letticciuolo era ripetuta in diverso modo la medesima scena: un fanciullo seminudo, in piedi, o seduto, o giacente ancora, ma con le braccia alzate al soffitto; sbadigli che fendevano similmente le guance paffute e le smunte. In pochi istanti tutta la camerata fu a terra, a frugare nel cassettone, a infilare i calzoni di tela, a lustrarsi le scarpe posando i piedi sullo sgabello di ferro, poi a lavarsi la faccia con gran chiasso nel lavatoio comune, e in ultimo a rifare i letti.

Desiderio dovette insegnare al nuovo amico come si rifà il letto, e il Matto imparò subito; in compenso volle che Desiderio apprendesse da lui a rendere lucide le scarpe senza molta fatica, alternando sul cuoio l’alito caldo e i colpi di spazzola rapidi e leggieri.