III.
Desiderio non aveva dimenticato Giulio, sebbene dopo tanto tempo che lo conosceva non si sentisse legato a lui da quel misterioso laccio, che in poche ore gli aveva stretti così bene, il Coppa e lui. L’ingenuo orfanello se ne faceva quasi un rimprovero, e cercando di scusarsi, non trovò altro che una piccola bugia da dire al cuore. “Non è vero, si provò a dire, che questo nuovo venuto che ieri non conoscevo neppure, mi sia più caro del piccolo Giulio che ha pianto tante volte dinanzi a me e persino sul mio capezzale.... Non è vero....„ Ma sì, era proprio vero, e Desiderio comprese allora come le bugie che qualche volta diciamo al cuore non abbiamo la minima fortuna.
Dunque Desiderio pensava a Giulio, ma pensava anche alla solenne cerimonia del sangue, la quale gli metteva un po’ di paura, prima perchè immaginava che non si potesse far uscire il sangue senza pungersi in qualche parte del corpo, poi perchè, non avendo mai bevuto il sangue di nessuno, non sapeva che effetto straordinario avesse a produrre nella sua amicizia per il Matto.
Quando il Coppa, dopo la colazione, fu chiamato dal rettore, Desiderio sentì uno sgomento, pensando che se il suo nuovo amico non sapeva rispondere alle domande di catechismo e di grammatica, non lo avrebbero lasciato nella stessa scuola e nella stessa camerata.
— Che cosa sai tu? gli domandò in fretta.
— Non so, rispose ingenuamente il Coppa.
— Chi ci ha creati? insistè Desiderio.
— La mamma, rispose il Coppa impassibile.
— No, non bisogna dire così; se il rettore ti domanda chi ci ha creati, devi dire che è Dio; poi il rettore ti domanderà per qual fine Dio ci ha creati, e tu risponderai: per amarlo ed onorarlo....
Il Coppa crollava il capo.