— Vieni, disse a quest’ultimo e si avvicinò al vice-rettore, che attraversava in quel mentre il cortile.
— Signore, gli disse col berretto in mano, il Coppa ed io, invece di giocare, vogliamo far visita al piccolo Giulio ammalato; ce lo permette?
Non era la prima volta che l’uomo con la barba nera dava indizio di avere il cuore tenero, ed il Coppa notò il sorriso melanconico con cui accolse la richiesta.
— Venite con me, disse il vice-rettore, il quale non era uomo da abbandonare ad altri lo spettacolo melanconico e sano che offrono talvolta l’affetto e la sventura uniti insieme.
I due piccini, tenendosi per mano, con quella trepidanza che danno anche le azioni generose, risalirono le scale, attraversarono parecchi stanzoni bigi e melanconici e giunsero all’ingresso della infermeria. Nel primo stanzino erano due letti, e in uno di essi un piccolo infermo col corpo abbandonato su due guanciali moveva a fatica alcuni soldatini di piombo, che non volevano star ritti sulla rimboccatura del lenzuolo. Non alzò nemmeno la testa al lieve rumore che fecero i due bambini, e Desiderio tratteneva il respiro, guardando la larva di colui che era stato per tanto tempo il suo vicino di letto.
— Giulio! balbettò finalmente.
L’infermo alzò gli occhi, riconobbe il suo piccolo amico e gli sorrise; e allora Desiderio corse al capezzale. Il Coppa, rimasto sull’uscio, era commosso ed agitato da qualche cosa che somigliava alla gelosia, e si sentiva solo, sebbene avesse alle spalle il vice-rettore.
— Giulio! disse Desiderio con voce in cui tremava una lagrima repressa, Giulio, come stai?
— Sei venuto, ora sto bene, rispose il fanciulle continuando a drizzare i soldatini caduti, con quella suprema indifferenza di chi si sente nulla più che un soldatino caduto nell’ampio mondo.
Desiderio non sapeva che dire, e allora l’ammalato volse il capo verso di lui, con gran fatica, e mormorò: