— Senti, tu me la farai vedere domenica, attraverso i vetri ed io le parlerò per te; mi dirai che cosa le dovrò dire; non aver paura che te la rubi; prima di tutto a me non piacciono le bambine, e poi siamo amici.
— E tu le parlerai?
— Sicuro che le parlerò. Mia zia viene qualche volta a trovarmi, io le dirò che non posso stare senza vederla tutte le domeniche....
Sonò la campana; — la ricreazione era finita. — Ragazzi a scuola!
Era stato concesso al Coppa di provare le proprie forze nella seconda elementare, sebbene la sua dottrina messa per tanto tempo al contatto delle ciabatte più logore di Porta Garibaldi avesse perduto tutta la freschezza e in più luoghi abbisognasse di toppe. Ma egli aveva promesso al signor maestro di far sue prima di un mese tutte quelle suppellettili scientifiche che fanno l’ornamento dell’ingegno in seconda elementare, e si poteva star sicuri che non avrebbe mancato di parola.
Aveva una memoria pronta e tenace, e fu per lui un gioco il colmare le lacune grammaticali ed aritmetiche che lo separavano dai colleghi. Quando ebbe assicurato per tutto l’anno il proprio posto, a scuola e nella camerata, accanto al suo nuovo amico, si tenne contento. Il maestro gli diceva che continuando così (cioè ad ornarsi delle suppellettili scientifiche) poteva essere uno dei primi della scuola, ma egli non continuò così, aveva ben altro per la testa che le suppellettili del signor maestro. Viveva già in un suo mondo fantastico, oltre le mura di quell’ospizio che gli aveva tutta l’aria di una prigione; aveva aspirazioni ignote all’infanzia, desiderii strani e curiosità a cui nessuno dei libri di scuola sapeva rispondere.
— Perchè tu non sei nato ricco? domandò un giorno al suo compagno.
— E tu? rispose Desiderio ridendo.
Il Coppa non rise.