— Così presto? domandò il Coppa, occupato a studiare l’innamorata del suo amico per farsene un’idea chiara.
— Mi aspettano a casa.
In quel momento appunto, la piccola Speranza fu presa per mano dalla mamma e fece atto di avviarsi.
— Va pure, disse allora il Coppa, ma non mancare domenica.
Speranza parve cercare sul vetro della finestra un nasino schiacciato che da un poco non si mostrava, poi diede ancora uno sguardo di gratitudine al Coppa, il quale pensò: “pare una donnina!„ e lo andò a dire a Desiderio.
— La tua Speranza pare una donnina, ed è proprio bella; se non fosse la tua innamorata, la piglierei per me.
Perchè aveva egli detto queste parole? Perchè le aveva pensate prima e perchè era schietto. Non aveva forse fatto bene a dirle? Certo che sì; eppure quando le ebbe dette come per levarsele dal capo, si trovò occupato a ripeterle mentalmente; allora gli parve di far male.
Quella notte il Matto sognò che era matto davvero, che aveva rubato l’innamorata al suo amico migliore, dopo d’averlo trafitto con un temperino per bevente il sangue.
Si svegliò piangendo, e anche quando si fu ben bene assicurato che Desiderio russava e ch’egli era innocente, non potè più chiudere occhio. Pensava ai casi suoi, scendeva in fondo alla propria coscienza a ricercare le magagne con una crudeltà fanciullesca. Intravvide, e ne fu atterrito, quella specie di ossessione che esercita un pensiero cattivo quando si è formato interamente; ma nella sua ingenuità ne attribuì a sè solo la virtù maligna.
Sbagliando ancora, egli si provò a ripetere a bassa voce che se quella Speranza non fosse stata dell’amico gli sarebbe piaciuto farla sua; ma ancora non sentì che lo stratagemma avesse allontanato da lui l’immagine della fanciulla, come egli aveva voluto fare in buona coscienza. Nessuno era al suo fianco per dirgli che le idee malsane bisogna combatterle in embrione, negarle risolutamente mentre si stanno formando nel cervello, perchè a cacciarnele dopo non basta battere il capo nella parete.