“Ancora un giorno è passato, o Signore, ed eccomi alla vostra presenza.....
“O Signore, che godete più del nome di padre che di quello di giudice, non mi trattate come ho meritato, ma secondo la grandezza della vostra misericordia.„
Egli tacque, aspettando che il Coppa dicesse qualche cosa, e in quel breve intervallo fu pigliato dal sonno.
Il Coppa, rimasto un’altra volta solo, ripetè più volte prima di addormentarsi: “non mi trattate come ho meritato, ma secondo la grandezza della vostra misericordia.„
Poi dormì e sognò d’essere trattato male.
VI.
Da quel giorno incominciò per il Coppa la peggiore di tutte le torture mortali, quella di chi serba il cuore retto quando i sensi sono turbati. Che cosa fece il povero fanciullo in questa orrenda congiuntura?
Alle prime interrogazioni della coscienza, cercò di rispondere una bugia, ma stretto dalle domande ingegnose e crudeli, si diede vinto, confessò tutto: egli voleva un’innamorata, che fosse come quella del suo grande amico, così bella, così serena, così buona, così bionda, egli voleva Speranza, egli amava Speranza, la piccola Speranza d’un amico legato a lui per la vita e per la morte.
E si diceva indegno dell’amicizia, dell’amore, di tutte le cose belle che adornano il creato, e del sole che ce le fa vedere. Questo fece il povero fanciullo, ma che cosa avrebbe fatto di meglio un uomo?
Quell’idea entrata nel suo cervello, l’occupava tutto, tormentandolo ad ogni ora del giorno e della notte; egli si provò a cacciarla in mille modi, studiando molto la lezione, e non studiandola affatto per essere messo in castigo, evitando di parlare di Speranza coll’amico suo, e parlandone invece fino a stancare lo stesso amore tanto per vedere da vicino l’immagine di quella felicità su cui il suo demonio lo spingeva a stendere una mano ladra. Questo fece, e inutilmente, il povero fanciullo; l’uomo non avrebbe fatto altrimenti.