L’alba svegliandolo da quei sogni lo consolò dandogli un rimorso. Egli si accusò d’aver tradito l’amicizia, d’aver potuto pensare alla fuga abbandonando nell’ospizio l’amico a cui era legato per la vita e per la morte. Per fare la pace con la coscienza, confessò a Desiderio il proprio sogno, poi disse:
— Ci ho pensato anche da sveglio, ma per celia; io non me ne vado, se tu non vieni; perchè dimmi un poco, se non ci fossi io, come faresti tu ad andare nel parlatorio? Povero Desiderio!
Povero Coppa! egli compiangeva il suo rivale, e per respingere la tentatrice idea d’una fuga dall’ospizio non trovava un argomento più valido di questo: no, io devo rimanere perchè Desiderio possa andare in parlatorio a vedere la sua innamorata!
E ci andò in parlatorio, il povero Desiderio, dieci volte, venti, e fa ogni volta più felice, e non vide, non sospettò mai lo strazio del piccolo eroe dimenticato, che andò egli pure in parlatorio, e fu infelice sempre più.
Ma intervenne la morte a rompere questo idillio penoso.
Una domenica, i due fanciulli aspettavano l’ora del parlatorio, quando si venne a chiamare il Coppa, il Coppa soltanto.
— E tu? chiese il fanciullo al suo compagno, e lui? domandò al sorvegliante. Non è mia zia che mi chiama?
— No, è un uomo.
— Povero Desiderio! mormorò il Coppa, offeso da una pallida gioia entrata furtivamente nel proprio cuore.
Nel parlatorio si vide venire incontro un certo Tita che egli conosceva appena, un vicino di casa della zia.