— La zia è malata? domandò il fanciullo.
— È morta! rispose bruscamente Tita.
— Morta? ripetè il fanciullo come uno smemorato.
— Sicuro; fino a jeri l’altro stava meglio di me e di te, spiegò l’impassibile visitatore; io dico che dev’essere stata qualche cosa che aveva dentro e che si è rotta.
— Morta! ripeteva il Coppa.
— Sicuro, è morta ieri mattina all’alba; oggi alle quattro la portano al camposanto.
Ad ogni parola di quell’uomo, che gli parlava con una voce strascicante mettendo nel suo discorso delle cadenze pigre, il fanciullo vedeva un’immagine desolata. Fissava gli occhi nella parete dirimpetto, o guardava senza vederle le faccie indifferenti dei visitatori; egli vide così sua zia, stecchita, immobile entro una cassa d’abete e vide i ceri che ardevano nella stanzetta, e vide una calza non finita sul canterano.
E intanto ripeteva, come se stentasse ad afferrarne bene tutto il significato, questa grande parola: morta!
La piccola Speranza era là; ma i suoi occhioni azzurri interrogavano invano; oggi la morte soltanto parlava all’anima sbigottita del fanciullo.
Più tardi il Coppa sarebbe stato sincero nel misurare la sventura che lo colpiva, ma in quel momento non la misurava ancora; e poteva accettare senza rimorso il nuovo sentimento di forza che gli veniva offerto dalla morte. Non sapeva come avvenisse, ma era quasi sicuro di non offendere nessuna religione umana, lasciandosi accarezzare da una baldanza nuova. E poi, toccato dalla sventura, egli si sentiva di tanto più alto della piccola Speranza, che non badava nemmanco più ai due grand’occhi fissi sopra di lui, e poteva lusingarsi che tutto sarebbe finito fra loro due.