Intanto Tita gli veniva dicendo:

— I corvi sono già venuti; sono già là, a spartirsi quella poca roba; tua zia voleva bene a te più di loro; ma se non ha fatto testamento tu non avrai nulla.

— I corvi? balbettò il fanciullo.

— I tuoi zii; non li conosci?

— No.

— Ne hai due, uno più bello dell’altro; sono là — tu non sai se tua zia abbia fatto testamento?... No?... peccato! Della bella e buona roba ce ne aveva; il canterano è un bel mobile..... il letto è vecchio, ma solido; ci sono due gran guardarobe verniciate; e poi doveva avere del denaro...

A me, prima di morire, ha chiesto una calza incominciata, col suo gomitolo, e ha detto che l’aveva fatta in parlatorio per te.

— Per me? balbettò il Coppa, e pianse. Non aveva potuto strappargli una lagrima la notizia che sua zia era morta, ma l’idea che la buona donna veniva ogni domenica, e si metteva a sedere là, su quella panca, e cavava di tasca la calzetta che essa destinava a lui, senza vantarsene, e che egli quasi se ne era indispettito, e una volta ne aveva riso, quest’idea gli gettò un gran turbamento nel cuore, e lo fece piangere.

All’estremità del camerone, la piccola Speranza indovinò un gran dolore, ed ebbe voglia di piangere anch’essa.

— Eccola! disse Tita.... ma è inutile piangere; eccola! insistè, e si cavò di tasca la famosa calzetta, lasciando cadere a terra il gomitolo, che rotolò fino a Speranza.