— Prima di tutto in camposanto, a visitare mia zia, poi andrò pel mondo.

Queste parole facevano un magnifico effetto anche all’orecchio del Coppa che le diceva; quanto a Desiderio egli era sbalordito.

— Coraggio, gli disse l’amico suo.

Era inutile lottare col Coppa; quando un proposito buono o cattivo era entrato in quel testone, non ne usciva più; Desiderio lo sapeva bene, e non si provò neppure a rimuoverlo, ma pianse molto, pianse troppo, e al Coppa, oltre il pensiero di preparare ogni cosa per la fuga, toccò il compito di consolare il suo piccolo amico.

— Credi a me, gli diceva, tu studierai il disegno, e diventerai un pittore famoso, e sarai ricco anche tu, e sposerai la tua Speranza; ci troveremo poi nel mondo quando uscirai di qui: intanto io ti scriverò spesso, ogni settimana, o tutti i giorni, e tu mi risponderai. È inutile piangere, il pianto non serve a nulla.

E così dicendo egli raccoglieva nella propria pezzuola le lagrime calde e frequenti di Desiderio.

— Non piango più, disse il fanciullo mostrando gli occhi rossi.... ma tu, tu?

— Io me ne andrò solo pel mondo; è il mio destino; io non avrò mai una Speranza al fianco, lo sento bene, ma non importa; ho una gran voglia di arrivare ad essere ricco, e arriverò. Vedrai.... non affliggerti per me, ti scriverò tutto...

Quella notte, finchè Desiderio fu sveglio, i due fanciulli non fecero altro che discorrere del loro avvenire. Siccome sarebbero stati imbarazzati a servirsi delle Regie Poste, il Coppa fece una magnifica pensata: ogni domenica, uscendo a passeggio, Desiderio doveva raccogliere una lettera fatta a pallottola che il Coppa avrebbe deposto prima sul davanzale d’una finta finestra a terreno, dinanzi alla quale il drappello d’orfani doveva necessariamente passare. La domenica successiva vi deporrebbe la risposta.

— E Speranza?